Morbilità e malattia

Capita, a volte, che fredde sigle o acronimi di cui pochi conoscono l’esatto significato escano dall’anonimato del linguaggio tecnico per imporsi presso l’opinione pubblica e dare nome ad angosce sotterranee e ancestrali paure.

Lo abbiamo già sperimentato con la sigla AIDS, poi con la SARS, la cosiddetta polmonite atipica, e ora lo viviamo quotidianamente con il COVID-19.

La paura nei confronti di questo nuovo tipo di malattia ci mette bruscamente al cospetto di un’amara scoperta: per quanto la medicina faccia progressi, per quante siano le malattie che oggi sono debellate e non spaventano più, nuovi e sconosciuti morbi si affacciano all’orizzonte, e se anche un domani per tutte le malattie odierne, anche per le più terribili, si saranno trovati rimedi efficaci, tuttavia ciò che non potrà essere sconfitta è la morbilità, il fatto cioè che esistano le malattie.

Certo, anche le malattie sono soggette ad evoluzione storica. Oggi, almeno nel nostro mondo occidentale, non si muore più, per esempio, della peste di manzoniana memoria, il cui avvento equivaleva, invece, per i nostri antenati ad una sciagura terrificante che, se unita alla carestia e alla guerra, assumeva le sembianze di un vero e proprio cavaliere dell’apocalisse.

Tuttavia, si continua a morire e non sempre – come si dice ironicamente – perfettamente sani (“L’operazione è tecnicamente riuscita, ma il paziente è morto”), ma anche a causa di nuovi mali al momento incurabili. La morbilità è, infatti, come una sorta di idra dalle sette teste e la ricerca medica si presenta sempre, quindi, come una lotta titanica destinata a confrontarsi con sfide eternamente nuove

Eppure, lo sappiamo da sempre: l’uomo è un essere finito, mortale; com’è, allora, che tutt’a un tratto il venire riportati a questa realtà ci sgomenta, ci angoscia, ci paralizza?

Forse le società di un tempo, soprattutto quelle contadine, avevano meno paura della malattia? Probabilmente no. Tuttavia, avevano un diverso approccio alla finitudine, certamente più fatalistico, ma senz’altro anche più sereno. La morte, l’esperienza della malattia, erano considerate un evento inevitabile a cui si guardava con religiosa rassegnazione, ma nella tacita consapevolezza che si trattava di qualcosa che faceva comunque parte della vita. Quando non era la guerra a strappare i congiunti dall’affetto dei loro cari, il malato moriva per lo più in casa, assistito dai suoi ed investito della solidarietà dell’intera comunità. La morte era e restava – e come poteva essere altrimenti? – un fatto privato, ma nello stesso tempo era anche un evento sociale, in quanto creava vincoli e reti di solidarietà all’interno della comunità. 

Oggi la realtà è radicalmente diversa. Come quel personaggio mitologico che aveva ottenuto l’immortalità dimenticandosi però di chiedere anche l’eterna giovinezza, vediamo con orrore e combattiamo ad ogni costo l’apparire sul nostro corpo dei segni della vecchiaia: le cremine, le sfiancanti sedute in palestra, le diete macrobiotiche e dissociate, il ricorso alla chirurgia estetica sono le eloquenti testimonianze del nostro sforzo collettivo di arrestare le lancette del tempo, di bandire la vecchiaia, la malattia e la morte da una società pseudo-giovanilistica ed efficientista

Quando c’è la salute, c’è tutto: chi, oggi, sarebbe così avventato da non sottoscrivere una tale affermazione? Non sarò certamente io a negare l’importanza di una vita sana, delle campagne per la salute, della ricerca di un rapporto armonico e corretto con il proprio corpo ecc. Ma, nello stesso tempo, mi viene da chiedere: non è pericoloso legare tutto il senso della propria vita alla salute? E quando la salute viene meno, che succede? Viene meno anche il senso? Tutto il mondo ci crolla addosso e ci trascina in un abisso senza ritorno

Ed è proprio questo che sembra oggi accadere. L’angoscia di fronte alla morbilità è, in fondo, l’angoscia di fronte al non-senso, all’assurdo, a ciò che non sappiamo come affrontare e che, di conseguenza, non vogliamo affrontare e cancelliamo dalla nostra vista. Ecco perché, celata dalla ragionevolissima esigenza medica di un cordone sanitario e coperta dal velo ipocritamente pudico della privacy, allontaniamo sempre più la morte dalle nostre comunità, dalle nostre case e mandiamo i malati a morire soli, asetticamente soli, in stanze d’ospedale che, se hanno certamente l’irrinunciabile scopo di garantire loro un ambiente sterilizzato, preservano in qualche modo anche noi dal contagio non solo con la malattia, ma anche con la morbilità

Se nelle società contadine la malattia e la morte rappresentavano nel contempo un fatto privato e un evento sociale, comunitario, nella nostra società, oggi, la malattia è quasi unicamente un fatto privato che ci mette crudelmente, asetticamente, inesorabilmente di fronte alla nostra solitudine. È per questo, forse, che la malattia ci fa così tanta paura…

 Guido Ghia

Docente di Filosofia